Carmine Castellano, chi era l’uomo che ha cambiato il Giro d’Italia (screenshot Instagram @ciclo21) - Csi.lecco.it
Ci sono figure che non hanno bisogno di salire su un podio per lasciare un segno profondo, perché il loro nome resta dentro le strade, nelle salite e perfino nel modo in cui uno sport impara a raccontarsi.
La morte di Carmine Castellano, scomparso a 89 anni, riporta al centro una figura che per il ciclismo italiano è stata molto più di un semplice dirigente. Per tanti appassionati era il volto del Giro d’Italia dietro le quinte, l’uomo che non correva ma decideva dove il gruppo avrebbe sofferto, sognato e costruito pagine destinate a restare nella memoria. In un’epoca in cui il ciclismo cercava di tenere insieme tradizione e spettacolo, Castellano è stato uno di quelli che hanno capito prima di altri che una grande corsa non vive solo di campioni, ma anche delle intuizioni di chi la disegna.
Chi era Carmine Castellano
Nato in Costiera sorrentina e avvocato di professione, Castellano entrò nel mondo del Giro negli anni Settanta, iniziando a collaborare con Vincenzo Torriani per l’organizzazione delle tappe nel Sud Italia. Col tempo il suo ruolo diventò sempre più centrale, fino a trasformarlo nel terzo grande patron della corsa rosa dopo Armando Cougnet e lo stesso Torriani. La direzione ufficiale arrivò nel 1993, ma già da alcuni anni era lui a reggere gran parte della macchina organizzativa del Giro.
Quel percorso racconta bene il personaggio. Castellano non era soltanto un uomo di apparato, ma una figura capace di tenere insieme logistica, visione e conoscenza profonda del territorio. In uno sport in cui spesso si celebrano soltanto i vincitori, lui rappresentava un altro tipo di protagonista, uno di quelli che lasciano un’impronta senza avere bisogno di occupare sempre il centro della scena.
L’uomo che ha dato nuove montagne al Giro
Il suo nome è rimasto legato soprattutto a certe scelte che hanno cambiato la storia della corsa. Con Carmine Castellano il Giro ha conosciuto o rilanciato salite che oggi sembrano naturali nel racconto del ciclismo italiano, ma che allora erano intuizioni forti: il Mortirolo, lo Zoncolan, il Colle delle Finestre con il suo tratto sterrato. Non erano semplici difficoltà altimetriche, ma luoghi destinati a diventare racconto, fatica, identità.
È qui che si capisce davvero il suo peso. Castellano aveva intuito che il Giro doveva restare corsa popolare ma anche trasformarsi in un grande romanzo sportivo, capace di lasciare immagini forti anno dopo anno. Quelle montagne, oggi, sembrano parte eterna del paesaggio del Giro, ma qualcuno ha dovuto immaginarle per primo. Ed è proprio questo che distingue chi amministra da chi cambia davvero le cose.
Perché è una storia che va oltre il ciclismo
La figura di Castellano interessa anche chi non segue il ciclismo ogni giorno perché racconta un tratto italiano molto riconoscibile: quello di uomini che costruiscono eventi popolari partendo da competenza, intuizione e rapporto con i territori. Il Giro d’Italia, del resto, non è mai stato soltanto una corsa. È un pezzo di Paese che attraversa città, paesi, montagne e memoria collettiva. Chi lo ha modellato per oltre un decennio ha inciso anche su questo immaginario.
Per questo la sua scomparsa non riguarda solo gli addetti ai lavori. Riguarda tutti quelli che nel tempo hanno riconosciuto nel Giro d’Italia qualcosa di più di una competizione: una narrazione nazionale fatta di strade, fatica e passaggi simbolici. Castellano apparteneva a quella generazione capace di pensare in grande senza trasformare tutto in spettacolo vuoto, ed è una qualità che oggi si nota ancora di più.
Alla fine, la misura di una figura come Carmine Castellano sta forse proprio qui. Non nell’etichetta di patron o direttore, ma nella capacità di avere cambiato il volto di una corsa restando sempre, in fondo, un uomo dietro le quinte. Alcuni personaggi fanno rumore mentre ci sono. Altri si capiscono davvero quando non ci sono più, perché improvvisamente si vede meglio tutto quello che avevano lasciato lungo il percorso. E nel caso del Giro, quel percorso passa ancora da molte delle sue intuizioni.
